Cenere Celere. Un racconto che in altre nazioni avrebbe fatto scalpore.

Cenere Celere è un racconto che in altre nazioni avrebbe fatto scalpore. E’ denuncia di un ambiente, di un ripetersi di situazioni. Con queste righe io non mi espongo politicamente ma ideologicamente. Io non giustifico nessuno, anzi condanno. Io sono per la libertà e mai per l’oppressione. Non c’è buono e cattivo in questo racconto, ci sono solo esseri umani. Non c’è partito ma solo immedesimazione. Per me non esiste lo sbirro ed il black block, per me esistono gli uomini. Non contano la divisa o il passamontagna ma chi c’è sotto la divisa o dietro il passamontagna. Ho cercato di capire cosa potrebbe pensare una persona in una determinata situazione. Cenere Celere. E’ cenere tutto ciò che viene represso. Cenere veloce, celere, che scorre e sparisce. La Celere trasforma in cenere tutto ciò che si trova davanti. Questo racconto è puro frutto della mia fantasia, non c’è nulla di reale (nel senso stretto del termine).

Cenere Celere

“Tanto contro i sogni c’hanno messo il manganello. “

– Mezzosangue

Che ci fanno qui questi ragazzi? Cosa vogliono? Cosa urlano?  Attraverso questo casco non riesco a sentirli. Quello somiglia a mio figlio Andrea. Dalle retrovie qualcuno grida, ma non riesco a comprenderne il motivo, i ragazzi sembrano tutti tranquilli. Sento qualcosa che batte continuamente sulle spalle mentre gli scudi rimbombano. Qualcosa precipita dall’alto colpendo alcuni di noi. Cosa succede? Sono pietre? Da qui sotto non vedo niente, avverto solo l’ennesimo forte grido che rimbomba tra la Celere. Avverto le sillabe : Ca – Ri – Ca – Re. Caricare. Ma perché? Mi chiedo cosa abbiano fatto questi ragazzi. Mi sembrano innocui, mentre i miei colleghi appaiono minacciosi, imbronciati, con lo sguardo irato sotto la visiera. Sono studenti, alcuni sono minorenni, si vede dallo sguardo. Qualche coglione ha tirato una pietra, e allora? I coglioni sono dappertutto. Lasciamoli stare, restiamo al nostro posto. Poi penso : voi non protestereste contro questa casta, questa mafia, questa gente che ruba e gioca con il futuro di giovani e vecchi di questa nazione? Non siete, anche voi, un po’ stanchi? Quasi penso di unirmi a loro, poi mi ricordo che chi gioca con le nostre vite è la stessa persona che mi paga. I rumori aumentano, sento le urla fin dentro la gabbia toracica. Alla fine il mormorio esplode. Ancora : Caricare. Questa volta l’ordine arriva più forte, più deciso, dalle retrovie. Sono i miei ordini. Mi pagano per eseguirli. Se non li porterò a termine, non verrò pagato. Se non rispetterò gli ordini, verrò licenziato. Ma non ho il tempo per riflettere, gli altri sono già partiti. Allora afferro il manganello, chiudo gli occhi e colpisco forte, senza sapere il perché. I ragazzi arretrano, urlano. Mi ricordano me, venti anni prima, sotto gli schiaffi di mio padre. Siamo genitori bastardi. Colpisco ancora mentre i ragazzi cadono e scappano, gridano e piangono. Colpisco mentre io stesso singhiozzo e piango, all’ombra del mio casco.

Salvatore Vivenzio

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Un Aeroplano di Carta.

Sere d’inverno passate

A sprecare parole vuote.

Scritte su di un foglio di carta.

Sere sprecate

A creare

Un aeroplano di carta,

Che vola trasportato dal vento,

E si schianterà chissà dove.

Gli occhi si riflettono,

In uno specchio infranto,

Un volto sfaccettato,

Risulta triste ad un primo sguardo.

L’aeroplano di carta vola ancora,

Prende fuoco

E poi si spegne.

Racconta dei poveri senza soldi

E con troppi pensieri.

Dei ricchi senza pensieri

E con troppi soldi.

Di un mago escapologo,

Che non riesce a scappare da se stesso.

Storie che nessuno vuole ascoltare.

Trasportato nel vuoto,

Attraverso sguardi indiscreti,

Trasporta una lettera malinconica.

Tra i cervelli pesanti,

Le vite insoddisfatte,

Un pagliaccio che ride

E trema

E urla :

Toglietemi l’anima,

Non la voglio più.

Salvatore Vivenzio

La Macchina Da Scrivere [Speciale Halloween]

Alcune volte mi ritrovavo a premere pulsanti a caso sulla macchina da scrivere,sperando potessero davvero comparire delle parole di senso compiuto. Una frase,un verso. Qualcosa di interessante. Ma in realtà l’alternarsi sconclusionato di quelle lettere era solo l’assurda forma del mio palese strazio. Mi disperai,afferrai la macchina e la scaraventai contro il muro. Tirai un pugno alla scrivania. Ero sfinito. Andai verso la macchina,la tirai su e la poggiai di nuovo sul piano di legno. Mi sembrò di sentire un violino scordato. Poi lessi la pagina di carta bianca. Alcune lettere si ripetevano “sjdnfddsflk” poi c’erano svariati spazi. In fine,a piè pagina c’erano una “e” poi una “d” ed in fine una “n”. Forse erano solo le mie allucinazioni. Forse ero solo troppo stanco. Avevo bevuto troppo,quelle medicine non mi facevano per niente bene.  Decisi di tirare il foglio dalla macchina,accartocciarlo e buttarlo nel cestino. Poi accantonai l’aggeggio infernale e andai verso il letto. Prima di entrare nella camera però mi voltai : sentivo ancora quel violino,dalle corda rotte. In seguito udii dei rumori più vaghi. I pulsanti della mia macchina venivano premuti a vuoto. Prima se ne abbassava uno,poi un altro. Ma nessuno si era accostato alla scrivania. Andai a letto. Ero troppo stanco. I fantasmi nella mia mente superavano di gran lunga quelli che popolavano il mondo. Io ero il peggior mostro. La mia più grande allucinazione. Qualcuno continuò a premere i tasti,la macchina continuò a suonare a vuoto. Ebbi un tremito,un sussulto. Ebbi paura. Poi mi rimboccai le coperte. Sul comodino di fianco a me c’erano le pillole. Non più di una,ripeteva sempre il medico. Afferrai il contenitore e me ne misi in mano cinque o sei. Le buttai giù senz’acqua,negli anni avevo imparato a ingoiare le pillole come il vino. Se dovevo dormire,almeno per quella volta,volevo farlo in modo davvero sereno. Allora i pulsanti continuarono il loro corso. Poi tutto scomparve : il rumore,le pareti,il letto,la macchina da scrivere. Erano tutte allucinazioni. Tutti visioni assurde. Tutti incubi. Poi scomparvi io,con calma,un pezzo per volta. Non mi vidi più. Erano tutte allucinazioni. Tutte visioni assurde. Tutti incubi. Tutte allucina…

Salvatore Vivenzio

all work

Mors tua,vita mea.

Orami non contava nulla.Il buio e la luce,sapevano entrambi di notte.Un’oscurità che non accennava ad andarsene.Un’eterna ombra aleggiava su tutti.Ma Nero non la pensava così,era sempre pronto a ripetere che la luce ce la dobbiamo procurare;che la libertà è un usufrutto da far fruttare;che dobbiamo trovare legna e pietre focaie per accedere il nostro fuoco,sederci in torno ad esso,illuminarci e scaldarci.Siamo gli unici a poter ottenere un piccolo sole in miniatura,capace di rincuorarci.Nero era grosso,dalle spalle larghe,alto quanto un cavallo.Non era mai voluto andare nell’esercito perché…bho,nessuno lo sapeva.Forse perché non amava troppo gli ordini,forse perché non amava troppo ammazzare la gente,forse perché suo padre gli aveva sempre detto di non diventare un ‘cane da guardia’.Eppure Nero ci pesava ogni tanto,che avrebbe potuto difendere le persone a cui voleva bene.Aveva iniziato lavorando per zio Catone,alzava i sacchi,portava la carriola,ammucchiava la legna.Poi si era appassionato alla Box,ma faceva quella illegale,quella delle strade,quella di ‘mors tua,vita mea’ ma non troppo.Perchè non voleva uccidere nessuno,la Box lo divertiva e lo faceva crescere forte.Una volta aveva combattuto contro un nero africano,più grosso di lui.Si era fatto colpire sugli avambracci per un’ora,il nero i sacchi non li aveva mai alzati (lui lo sapeva),dopo un po’ si era stancato e si era ritrovato con poco fiato,e proprio quello era il momento giusto,Nero aprii gli avambracci e colpì con tutta la forza il viso dell’avversario.Gli maciullò il volto,ma senza ucciderlo,e dopo lo alzò e lo portò su di una brandina che tanto sarebbero arrivato quei finti medici a curarlo.Gli piaceva assai la box,gli piaceva prendere pugni e gli piaceva tirarli.Continuava a farlo ogni tanto anche se non era più giovane come un tempo.Ora si era aperto un negozio,vedeva tutte le armi,quelle finte,quelle che sparano,quelle da spaccare in testa,tutte.E lui la luce se l’era generata pure quando Mozzo aveva mandato due cristi a sfasciargli il negozio.Perchè lui lo sapeva,aveva spento la luce e si era messo a leggere un fumetto che gli piaceva tanto.E quando entrarono i due brutti ceffi Nero li prese alla sprovvista,al primo spaccò una mazza sulla schiena,di quelle che si piantano nelle terre per tirare su le pianti di noci forti e dritte;poi al secondo aveva tirato un pugno sul naso,sempre grazie al buio che lo nascondeva,rompendogli il setto nasale.Poi li aveva rigettati in mezzo la strada,sempre grazie alle braccia che avevano alzato i sacchi e aveva rimesso l’interruttore su ‘on’.La luce era di nuovo accesa.E lui sarebbe stato pronto ad accenderla altre mille volte.

Salvatore Vivenzio

frank

John Coltrane e l’Analisi Stilistica di un Quadro.

Quadro reperito da KC Moore.

Quel mattino mi alzai infreddolito.Volevo restare a letto,probabilmente avrei dovuto farlo ma alcune volte mi comportavo in modo istintivo,insensato e spesso sconclusionato. Andai in cucina,Elisa aveva lasciato il suo pacco di sigarette sul tavolo. Lo aprii,ce n’erano ancora quattro. Ne sfilai una,andai ai fornelli e girai una manopola dopo averla pressata. Prima l’odore del gas,poi si palesò una fiammella. Con la sigaretta ad un angolo della bocca,mi avvicinai per accenderla. Inspirai ed espirai,facendo viaggiare il fumo grigio. Ero stanco,avevo dormito malissimo,come capitava spesso in quei giorni. Mi avevano licenziato da una settimana oramai. Non fumavo da parecchio. La caffettiera era ancora lì dalla sera prima,aprii il coperchio e notai che all’interno c’era un po’ di caffè. Lo versai in un bicchiere di plastica e lo bevvi,mentre sbuffavo nuvolette grigie. Faceva schifo,ovviamente,ma non mi interessava. Non ero così presuntuoso da pensare che qualcosa potesse andare bene nella mia vita. Spensi la sigaretta ed andai a prendere la coperta viola che avevo lasciato sul divano. Ero in mutande,sentivo il vento entrare da qualche finestra aperta. Andai in soggiorno e,come pensavo, il quadro era ancora lì. Sul giradischi nessuno aveva spostato il disco di John Coltrane,che ora però era fermo,appisolato. Non che mi dispiacesse (quel quadro),era solo troppo bello per trovarsi lì. La signora Mulligan sarebbe venuta a chiedere l’affitto dopo pochi giorni ed io non avrei potuto pagarlo. Che fine avrebbe fatto quel quadro? E che fine avrei fatto io? Feci ripartire il giradischi e venni subito rincuorato dal suono vellutato di un sax. Non m’importava poi tanto,che fine avrei fatto. Magari sarei finito sotto un ponte. Forse Elisa o Jessica o Tara o Juditte o Monica o qualcun’altra di cui non ricordavo il nome mi avrebbe ospitato. Forse avrei ripreso a dipingere,le cose sarebbero andate meglio. Ma cosa mi importava? A che potevo aspirare? Vendere i miei due o tre quadri al mese che mi bastavano a stento per pagare l’affitto? Ero proprio fortunato per quel che riguardava il cibo : Juditte era proprietaria di un bed and breakfast e ogni tanto Marcus si faceva avanti per pagarmi qualcosa da mangiare. Avevo sempre lo stesso guardaroba,compravo cd e libri al mercatino dell’usato. La mia vita era un labirinto ed il massimo a cui potevo aspirare era un vicolo cieco. Ma quel quadro era davvero bello. Perché erano tutti convinti che lo avessi dipinto io? Non me ne ricordavo assolutamente. Non era un mio quadro,ne ero quasi certo. Neanche dopo aver bevuto tutto il whiskey del mondo avrei tirato fuori qualcosa del genere. Eppure forse avrei potuto venderlo per una bella somma,era fantastico. Anche quel giorno non avrei fatto nulla,potevo solo aspettare la mattina successiva. Una vita senza aspirazione alcuna. Senza obbiettivi,senza talento.Una vita senza gioie né dolori e non ricordavo da quanto avessi iniziato a vivere in quel modo. Andavo avanti,per inerzia. Non avevo altra scelta. Possedevo solo quel quadro,lì in salotto. Ma qualcuno lo avrebbe comprato? Qualcuno avrebbe davvero creduto che fosse stato dipinto da me? Dipinto da me o dipinto da un altro,alla signora Mulligan non sarebbe importato nulla. Lei voleva l’affitto,io dovevo pagarlo. Era poi un così grave peccato spacciare quel quadro per mio? Ero troppo assonnato per capire quale fosse la scelta giusta da fare. Avrei chiamato Marcus e avrei piazzato quel quadro. Avevo bisogno di un tetto almeno per un altro mese,poi sarei andato a morire sotto qualche ponte. Il tempo di prepararsi psicologicamente,sapete. Non scherzo,non mi importava niente di un futuro. Quelli come me non ne avevano uno,il loro tempo (che si fosse trattato di precedente o antecedente) era solo composto da un mucchio di cazzate. Ed,in quel caso,da un bel quadro.

Salvatore Vivenzio.

jazz

La prima sera del Clown Pagliacci.

La camera d’ospedale era fredda e spenta. Provava a dare vita e colori a qualcosa di svanito oramai da tempo immemore. Era fuori contesto. Un pagliaccio in declino. La guardò. Lui era un clown e lei una bambina. ​Era immobile e cinerea. Lui aveva quel naso rosso da pagliaccio e lei stava morendo. Aveva solo sei anni,e stava morendo. Era giusto? No,che non lo era. Entrambi dal viso pallido. Lui era un pagliaccio e lei stava morendo. Morì prima lui,d’invidia.
Quanto avrebbe voluto (il pagliaccio) trovarsi al posto di quella bambina.

Salvatore Vivenzio

sad

Bum.

Il sudore freddo gli impregnava la fronte. Le labbra avvolsero la canna dell’arma​. Il ferro ghiacciato sulla pelle lo fece quasi sentire vivo. Lui prese a piangere e da qualche parte iniziò a piovere. Era disperato. Aveva sbagliato tutto. La mano tremava,sul grilletto. Turbato dai tremori,lo spinse indietro . Un solo frastornante rumore. Bum. Il cielo pianse. Il vento fischiò. I vulcani esplosero. La terra tremò. E da qualche parte,dietro le nuvole,Dio si era appena sparato.

Salvatore Vivenzio​

mess

Hachisunohana

Fiore di Loto

Hachisunohana. Una delle parole più dolci della lingua giapponese. Secondo voi cosa significa? Fiore. Fiore di Loto. Una pianta acquatica comune in Asia. I suoi fiori sono bellissimi. Esiste di vari colori : rosa scarlatto come la lingua affettuosa di un cane. Bianco pallido come un foglio di carta. Rosso vermiglio,come il sangue che scorre nelle vene. Hachisunohana. Il nome della donna più bella che mai vidi. La sua pelle era della stessa carnagione della neve. Le sue ciglia nere come la pece. I suoi occhi verdi mi ricordavano le foreste di bambù delle isole Andamane. Secondi gli abitanti di quelle zone,l’uomo deriva da uno stelo di bambù. Quel verde smeraldo avrebbe attirato anche una gazza ladra,per quanto luccicava. Le sue labbra rosee sembravano pesche mature pronte a nutrire la vita di ogni innamorato. La sua espressione angelica alla quale mi prostravo emanava un’aura pregna di ingenuità e purezza. Inutile dire che me ne innamorai ogni volta che la vidi. La seguii e la osservai. La amai in segreto. Scivolai nel peccato,seguendola tra laghi e terme. Osservando il suo corpo sinuoso come quello di Venere snodarsi tra le acque. Ogni volta che la vidi,continuai ad innamorarmi. Tra le ombre la amai in segreto. Ma non potei rivelarmi. Per un motivo arcano e ancestrale che rivelerò solo in questa lettera,diretta al vento ed all’oceano. Hachisunohana. Era anche il nome del mio destino. Della mia spada. La katana,mia compagna in vita ed in morte. A Hachisunohana avevo dedicato l’intera vita. Da quando nacqui,i miei giorni furono dei fiori. Passavo ore nell’erboristeria di mio padre,incantato ad osservare ed ammirare gli steli,i petali,il pistillo,le antere impollinate. Quando divenni un ragazzo,i miei giorni furono delle spade. Della guerra. Divenni un samurai. Passavo giorno e notte ad allenarmi,per diventare un uomo in grado di proteggere ciò che amava. Quando divenni adulto i miei giorni furono di quella ragazza dagli occhi di smeraldo. Furono di Venere e di Eros. Hachisunohana è sempre stato tutto ciò che ho voluto. E che non sono stato mai capace di afferrai. Non diventai un erborista,non diventai un buon samurai,non sposai mai quella donna. Non onorai Hachisunohana. Non amai abbastanza il fiore di loto. Non amai abbastanza la mia spada. Non amai abbastanza la mia donna. Non sono mai stato capace di amare abbastanza nemmeno me stesso. Per questo oggi muoio,lasciando questo messaggio. Oggi muoio lasciando la mia katana a chi saprà usarla meglio di me. Lasciando la donna che ho sempre amato a chi saprà amarla meglio di me. Lasciando,tra queste pagine,un fiore di loto. Così muoio,avvelenato da me stesso. Mi addormento,lasciando Hachisunohana a tutti voi,poiché ne sono stato indegno. ​

Salvatore Vivenzio

fiore