Come si diventa uno sceneggiatore, 3 | Daniele Fabbri

Ritorna “Come si diventa uno sceneggiatore” con il terzo ospite:  Daniele Fabbri, comico e sceneggiatore di Gesù, fumetto satirico disegnato da Stefano Antonucci e pubblicato da Shockdom.

Chi o che cosa è, secondo il tuo personale modo di vedere e la tua interpretazione, uno sceneggiatore?

È un essere mitologico metà bugiardo e metà studioso di comunicazione. Ho sempre sperimentato il racconto delle mie storie attraverso mezzi diversi (il teatro, i racconti, i fumetti, la radio, il video, ecc), e ho imparato quanto è potente l’influenza del mezzo di comunicazione sulla storia da raccontare. Ci sono alcune storie che vengono valorizzate se raccontate con alcuni mezzi piuttosto che con altri. Uno sceneggiatore è colui che possiede la cassetta degli strumenti, e a seconda del mezzo che usa costruisce la struttura giusta per la storia che sta raccontando.

La motivazione principale per la quale fai lo sceneggiatore?

Perché sono affascinato da quella cassetta degli strumenti di cui sopra: quando devo pensare all’aggettivo giusto, alla battuta perfetta, all’inquadratura ideale, sento scorrere la Forza, mentre per esempio non ho mai imparato a disegnare perché improvvisamente con una matita in mano divento un pigro mangiapatatine.

Qual è il compito principale di uno sceneggiatore?

Credo litigare col disegnatore! …no scherzo (cioè nel mio caso è vero! – no, non è vero… ) (–e invece sì–) Insomma, non credo di poter rispondere: io lavoro da 10 anni come scrittore in vari ambiti, per me e per altri, ma nel mondo del fumetto sono un simpatico novellino appena arrivato, finora ho sceneggiato solo una serie a fumetti autoprodotta con Ste, che da poco è stata ripubblicata in raccolta da Shockdom. Insomma, chiedetelo agli sceneggiatori veri!

Come si racconta una storia?

Si parte dall’avere un’idea forte, unica e tua, che vuoi comunicare al mondo; poi ripensi a tutta la montagna di cose lette e viste fin da quando sei bambino per capire se ti ricordi qualcosa che gli somiglia, poi lasci che il tuo cervello crei liberamente tantissime cose che non c’entrano niente, poi cerchi disperatamente di mettere insieme le parti, richiami alla mente tutte le regole di narrativa che conosci, ti chiedi chi te l’ha fatto fare, rileggi mille volte, ti senti un fallito, quindi fai leggere a qualcuno di fiducia guardandolo con occhi da cerbiatto, appena quello ti dice “mi piace” consegni il tutto al mondo, e aspetti la fama piangendo nell’angolo più buio della casa. Quando la schiena inizia a fare male, passeggiata all’aperto e ritorni una persona normale. Fino alla prossima storia.

Quanto di sè bisogna mettere in una storia?

Tutto ciò che vuoi, basta che tu sappia capire dove ti porterà: bisogna trovare il giusto equilibrio e non esiste una regola, poiché dentro ognuno di noi c’è un seme di universale, e dentro ogni nostra azione gesto o parola c’è qualcosa di condiviso con infiniti universi paralleli, è al contempo una ricerca continua e una scoperta imprevista, devi metterci il tuo cuore. Altrimenti, puoi sempre andare a culo.

Potresti dirci il libro, il fumetto ed il film che ti hanno maggiormente influenzato?

Porcavacca che difficoltà! Farò un torto incredibile a parecchia gente. Direi: Il vangelo secondo Biff di Christopher Moore, tutte le strisce di Sturmtruppen e Il senso della vita dei Monty Python.

Che rapporto hai con i tuoi personaggi?

A dire la verità buono ma molto formale, per molti autori i personaggi sono come dei figli, per me invece sono quasi dei colleghi. Non so perché, non è nemmeno una scelta, più che amarli li stimo.

Dove trovi le tue idee? Come cerchi l’ispirazione? Come fai a capire se un’idea è giusta o sbagliata, buona o da buttare?
Ho quel vizio un po’ antiquato di prendere appunti quando noto qualcosa, o quando penso a qualcosa, specie in situazioni in cui c’è della gente ma non la sto ascoltando davvero. Spesso, rileggendo gli appunti dopo tanto tempo neanche ricordo perché avevo notato certe cose. Però è come se mi ritrovassi una scatola piena di oggetti tutti molto curiosi da cui farmi ispirare, ho una bella pila alta di taccuini, blocchetti e fogli incolonnati; in più sono piuttosto nerd, infatti quando non ho carta e penna prendo lo smartphone, scrivo una mail telegrafica e la invio a me stesso, ad una casella email che ho aperto appositamente. Non cestino mai niente, ogni tanto apro e leggo. Se l’idea mi piace, è buona. Se poi non piace a chi la mostro, vuol dire che è ancora buona ma posso raccontarla meglio, e ci lavoro sopra.

Cosa significa per te “creare qualcosa di innovativo”?

È difficile il confine tra “innovativo” e “lontano”, secondo me. Se dovessi dirlo in poche parole, qualcosa di innovativo non è solo qualcosa che non hai mai incontrato, ma è qualcosa che appena lo incontri hai la sensazione di averlo sempre cercato, ed ha appena soddisfatto un bisogno che nessun altro riusciva a soddisfare. Non basta che sia “sconosciuto”, rischia di essere solo “lontano”.

Quanto è difficile in Italia rompere gli schemi? Proporre qualcosa di nuovo?
Penso sia difficile in tutto il mondo. Forse l’unica aggravante italiana è, parlando di grandi numeri ovviamente, una cultura molto ma molto generalista. È difficile proporre qualcosa all’avanguardia a delle persone le cui conoscenze sono ferme a quelle scolastiche, quando va bene.

Che cos’è secondo il tuo punto di vista la satira?

La satira è quella parte della comicità in cui chi la esercita esprime un suo punto di vista controverso e poco condiviso, non facendo richiamo a idee e sentimenti largamente popolari, ma anzi cercando i nervi più impopolari e antisociali per fargli il solletico, e portare gli astanti a ridere di qualcosa di sgradevole per stimolare il sentimento liberatorio di cui abbiamo bisogno.

E’ stato difficile proporre (e pubblicare) un fumetto satirico come Gesù nel panorama italiano?

Ricordo che dopo la nostra prima fiera di Lucca (in cui vendemmo 500 copie nella self area dove la media vendite era 40-50), siamo stati contattati da una importante casa editrice, nonostante si siano mostrati interessati e incoraggianti non se n’è fatto nulla, per i motivi che puoi sospettare. Le difficoltà ovviamente ci sono ma noi lo sapevamo già, per questo abbiamo sempre fatto da soli, lo abbiamo proposto solo al pubblico, che ha apprezzato sempre tanto, dati i numeri da piccola editoria andando da soli con gli scatoloni alle fiere; sono stati gli editori a proporsi a noi, compresa la Shockdom che non solo ha mostrato interesse ma ci ha proposto un progetto editoriale che ci è piaciuto molto, e che infatti abbiamo accettato.

Quanto è difficoltoso parlare di Religione in un paese conservatore e bigotto come l’Italia? Com’è avere a che fare con chi ti accusa di scrivere un fumetto blasfemo (cioè con i tipici cattolici integralisti, ottusi e retrogradi) ?

Non è difficoltoso se non ti preoccupano le reazioni delle persone. Io ho fatto pace con l’idea che un cattolico integralista non accetterà mai un confronto su certi temi, vorrà solo abbaiare e fare l’offeso. I credenti sereni fanno quello che farei io al loro posto, ci ignorano. Io non punto a scandalizzare loro, punto a divertirmi liberamente insieme a chi la pensa come me. Certo, il rischio di scontrarsi con qualche potere forte è sempre dietro l’angolo, ma se non sei pronto a fronteggiare queste difficoltà, è meglio che non fai satira, non fa per te.

Se potessi dare tre consigli ad un aspirante sceneggiatore, quali sarebbero?

Come sceneggiatore di fumetti forse non posso dire molto, ma come autore in generale direi: non passare mai troppo tempo senza conoscere almeno due autori nuovi, capire la differenza tra essere orgogliosi ed essere presuntuosi e, se siete fissati con la lingua italiana come me, guardate tanto materiale con una lingua che non capite assolutamente, per osservare tutto quello che c’è fuori dalle parole.

Un ringraziamento a Daniele per la disponibilità. La rubrica va in vacanza per il mese di Agosto ma tornerà più appassionante (e appassionata) di prima a Settembre, con nuovi autori importanti del fumetto italiano. Grazie a tutti per il supporto. Au revoir.

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Come si diventa uno sceneggiatore, 2 | Davide La Rosa

Il secondo ospite della rubrica è Davide La Rosa, un autore versatile che ha raccolto varie esperienze durante il suo percorso, dalla partecipazione come vignettista a Voyager fino alla sua serie Le Suore Ninja edita da StarComics. Un piacere raccontare il suo particolare punto di vista.

Ciao Davide, nella tua carriera hai rivestito più ruoli. Qual è la veste nella quale ti senti più a tuo agio?

Ciao a tutti. Preferisco esprimermi utilizzando il fumetto (è il linguaggio che conosco meglio). Non saprei se sono più vignettista o sceneggiatore. Io quando ho iniziato a fare fumetti volevo sceneggiare. Poi, per necessità, ho dovuto virare sulle vignette e le strisce disegnate male. Posso dirti che la cosa che amo di più fare, nel campo fumettistico, è quello di sceneggiare. Adoro scrivere storie.

Chi o che cosa è, secondo il tuo personale modo di vedere e la tua interpretazione, uno sceneggiatore?

Caspita, bella domanda. Uno sceneggiatore non si limita a scrivere una storia: la costruisce vignetta per vignetta, pagina per pagina, dialogo per dialogo. E’ un lavoro complicato (ok, il neurochirurgo fa un lavoro più complicato). Bisogna pensare a ogni vignetta come un unico ingranaggio che deve avere il suo peso all’interno della storia… in modo che giri e faccia girare gli altri ingranaggi senza incepparsi… in pratica uno sceneggiatore è una specie di orologiaio.

Bella interpretazione Emoticon smile In parte hai già risposto, ma forse puoi aggiungere qualcosa : Qual è il compito principale di uno sceneggiatore?

Fare in modo che la storia funzioni… facendosi capire bene dal disegnatore.

La motivazione principale per la quale fai lo sceneggiatore?

Perché non so disegnare e perché mi piace da morire.

Come nasce la passione per la sceneggiatura? In quale momento hai capito che questa era la tua strada?

Fin da piccolissimo disegnavo, sui quaderni a quadretti, storie a fumetti (tra l’altro li ho ritrovati da poco e mi sono reso conto che, come disegno, non sono migliorato per niente). La passione per la sceneggiatura è nata quando ho capito la potenza, e il potenziale, del “Linguaggio fumetto”. L’ho capito quando lessi il mio primo Dylan Dog… avevo 11 anni. Da lì ogni volta che pensavo a una storia me la immaginavo divisa in vignette. Poi un giorno del 2001 mi sono deciso a iscrivermi a un corso di fumetto con la speranza di far diventare un lavoro quella mia passione.

Come si racconta una storia?

Tutte domande da un milione di dollari (e io ho 6 Euro sul conto corrente). Ti risponderò in un modo che pare che io mi dia un tono. In qualunque modo tu decida di raccontare una storia è sufficiente che tu lo faccia amando la storia che stai raccontando.

Lo domande facili sarebbero state troppo…facili. Quanto di sè bisogna mettere in una storia?

Dipende da cosa stai raccontando. In alcuni casi è meglio non metterci niente.

Che rapporto hai con i tuoi personaggi?

Ci sentiamo ogni tanto al telefono.

Amichevole quindi?

Dipende, delle volte ci mandiamo al diavolo.

Come fidanzati insomma, o più come fratello e sorella?

Sono figlio unico quindi non so come fanno fratelli e sorelle. Diciamo che litighiamo come varie parti di un’unica psiche all’interno di uno pazzo.

Una bella immagine. Dove trovi le tue idee? Come cerchi l’ispirazione? Come fai a capire se un’idea è giusta o sbagliata, buona o da buttare?

In un libro di David Lynch lessi una bella definizione. Questa. Le idee sono come pesci in un lago… quelli che stanno in superficie sono facili da prendere ma sono piccoli. Bisogna avere la pazienza di ignorare quei pesci e pescare in acque profonde dove ci sono i pesci più grossi… le idee migliori. Le idee mi vengono, come tutti: quando non ci penso… tipo appena sveglio o in fila alle poste. Se un’idea mi appassiona so che è giusto scriverla. Non potrò mai sapere prima se una cosa sarà vincente o meno. Lo decide il pubblico.

Cosa significa per te “creare qualcosa di innovativo”?

Vuol dire riuscire a vedere con un’altra ottica cose già assodate da tempo… e trovare cose nuove da far diventare assodate.

Com’è passare dall’essere un fumettista indipendente a lavorare per importanti case editrici (Star Comics e SaldaPress, per citarne un paio)? Qual è il percorso da fare?

L’autoproduzione è un passo che dovrebbero fare tutti gli autori. Si riesce a sperimentare e a spaziare in tutti i settori che si vogliono. Ci si fa le ossa e, piano piano, si inizia a entrare nel mercato. Io ci ho messo 10 anni prima di pubblicare con veri editori. Lavorare per editori ti dà la possibilità di far vedere il tuo prodotto a molte più persone (loro hanno una distribuzione e una cura editoriale che un fumetto autoprodotto non può avere). Ma non solo. Ho potuto anche lavorare con professionisti (e amici) che ho sempre stimato e con cui sognavo da anni di lavorare (tipo Federico Rossi Edrighi con il quale ho realizzato “La notte del presepe vivente”). Poi c’è anche da dire che con te, in una casa editrice, lavorano  un sacco persone (editore, letterista, grafico, ecc). Stanno lavorando con te e per te. E’ un carico di responsabilità maggiore.

Quanto è difficile in Italia rompere gli schemi? Proporre qualcosa di nuovo?

Non lo so. Ci sono mote cose nuove e che rompono gli scemi in giro. Grazie a internet e a Facebook c’è un sacco di gente che sperimenta cose nuove… delle volte vengono notati e qualcuno li pubblica. Io stesso ho fatto una serie da edicola anticlericale. Non sono stato nè il primo nè l’unico. Ma siamo veramente in pochi… ma la Star Comics mi ha dato fiducia e me l’ha fatto fare senza censure. Questa cosa qualche anno fa era del tutto impensabile. Qualcosa, piano piano, si sta aprendo.

Com’è stato lavorare, da fumettista, in Rai?

Stancante (registravano per 10/14 ore ogni giorno per 10 giorni). Non sono fatto per lavorare in TV.

Come ti hanno trattato? Che peso veniva dato al tuo lavoro?

Mi hanno trattato benissimo. Il mio peso era praticamente nullo. Facevo una vignetta a fine puntata… ero il Vauro dei poverissimi.

E’ stato difficile proporre Suore Ninja ad un editore italiano?

No. Mi hanno contattato loro. Lessero “Zombie Gay in Vaticano” e mi chiesero di fare una serie partendo da lì. All’interno di quella autoproduzione c’erano quelle tre suore. Una task force che difende il Vaticano dai mostri. Creare un’idea per una serie partendo da quello è stato semplice. Non mi hanno mai censurato nulla.

Cosa è per te la satira? Com’è avere a che fare con gli integralisti cattolici, bigotti e retrogradi, che sicuramente ti perseguiteranno per le tue Suore?

La satira per me è fare ironia su taluni argomenti cercando di far vedere una cosa sotto un’altra angolazione. Un punto di vista che faccia capire più semplicemente cose complesse. Ricevo insulti spesso per le cose che scrivo. E ricevo anche mail di giornalisti della carta stampata che dicono di aver recensito “Suore ninja” ma di non poterlo pubblicare perché il loro direttore, super cattolico, non vuole che escano pezzi su fumetti “Blasfemi”.

Simpatici. Puoi parlarci del tuo nuovo progetto per SaldaPress?

Per Saldapress ho in cantiere una serie di libri scritti e disegnati (anzi: “Disegnati”) da me. Sono scrittori di fine settecento e ottocento che fanno cose che non c’entrano niente con il loro trascorso. Tipo “Ugo Foscolo indagatore dell’incubo” o “Parini naufrago dello spazio”… e altri. Saranno tutti libri collegati l’uno con l’altro. Trame intrecciate. Ugo Foscolo avrà una copertina disegnata a quattro mani da me insieme a Carmine di Giandomenico e colorata da Sara Spano.

Se potessi dare tre consigli ad un aspirante sceneggiatore, quali sarebbero?

Non so se io sia in grado di dare consigli ma direi:

1) Studiare tanto (leggendo tonnellate libri e fumetti e guardando un mucchio di film).

2) Scrivere come non ci fosse un domani (anche perché prima o poi un domani non ci sarà veramente).

3) Quando verrà la frustrazione, perché verrà, utilizzarla in maniera costruttiva. Quella “Rabbia” che brucia dentro va coadiuvata per scrivere cose nuove.

Un grande ringraziamento a Davide per la disponibilità. A presto per il prossimo appuntamento, sperando che questa rubrica possa interessare ed aiutare sia gli amanti del mondo del fumetto sia gli aspiranti sceneggiatori. Au revoir.

Focus sul nostro secondo ospite :

Davide La Rosa nasce a Como nel 1980. Nel 2001 segue un corso di fumetto presso la scuola “La nuova Eloisa” di Bologna e dal 2004 è cofondatore della rivista “Fumetti Disegnati Male”. L’anno successivo inizia a pubblicare storie a fumetti sul suo blog http://www.lario3.it, mentre dal 2006 al 2009 pubblica due libri con Casini Editore. Nel 2010 ha realizzato alcune strisce per la rivista del CICAP e, nello stesso anno, partecipa come vignettista alla trasmissione “Voyager” di Rai2. Dal 2011 a oggi ha pubblicato quattro libri per edizione NPE. Insieme a Vanessa Cardinali ha dato alla luce, nel 2011, la fortunata miniserie targata Star Comics dal titolo “Suore Ninja”, pubblicazione che tornerà con uno speciale nel 2015, quando inizierà la sua collaborazione anche con la SaldaPress.Vive a Laglio come il protagonista di questo libro. Ha 3 gatti e morirà il primo mercoledì utile.

Salvatore Vivenzio

Come si diventa uno sceneggiatore, 1 | Federico Rossi Edrighi

Questo è il primo appuntamento con “Come si diventa uno sceneggiatore”, un progetto che consiste in varie interviste a numerosi autori del fumetto italiano per comprendere cos’è e come si diventa un fumettista professionista.

Il primo ospite è Federico Rossi Edrighi, sceneggiatore e disegnatore. Autore di Harpun (insieme a Giovanni Masi), uno dei primi webcomic di nuova generazione, della graphic novel La Notte del Presepe Vivente (con Davide La Rosa) pubblicata dalla Star Comics e apparso con la storia “Il Vestito del Demone” sull’ultimo Dylan Dog Color Fest.

Allora, partiamo sottolineando che sei un autore completo (storia e disegni), quindi ti chiedo : oggi sei intervistato in veste di sceneggiatore, ma in quale ruolo ti senti più a tuo agio, in questo o in quello di disegnatore?

Dunque, forse è presto per dirlo perché ho ancora scritto troppo poco (i testi di Harpun sono di Giovanni Masi, e quelli de La Notte del Presepe Vivente di Davide La Rosa!), ma attualmente mi trovo meglio a scrivere che a disegnare. Giacché quello che mi è sempre piaciuto del fare fumetti è il raccontare, ho sempre dato priorità a quest’aspetto anche nell’ambito del disegno, e infatti prediligo la regia e la recitazione dei personaggi rispetto al lato più prettamente “artistico” della fase disegno. Di conseguenza, scrivere mi diverte di più e mi mette in condizione di “controllare” maggiormente la narrazione. Poi ripeto, forse è un giudizio prematuro, magari fra qualche anno darò una risposta completamente diversa alla stessa domanda.

Cosa ti piace fare di più, pensare o disegnare una storia? Ritieni più difficile la creazione della parte narrativa o di quella figurativa? Come si trova il giusto connubio tra le due?

Mi piace di più pensare alle storie, ma non saprei dire se trovo più difficile scrivere o disegnare. Entrambe le attività hanno i loro scogli, e in effetti quello che andrebbe sempre evitato se si vuole battere la strada dell’autore completo è il pensare “beh, il disegno l’ho padroneggiato, quindi la parte difficile è fatta. Ora devo solo scrivere”. Riguardo al disegno, per me la parte più difficile è quella “tecnica” (anatomie, prospettive…), mentre un aspetto che forse non è il più ostico ma uno su cui andrebbe prestata molta attenzione è cogliere il “mood” della storia e cercare di capire cosa lo sceneggiatore vuole raccontare e come, ed entrarci il più possibile in sinergia (questo ovviamente è un discorso che vale solo se si disegna storIe sceneggiate da altri, o se si è autori completi che in fase di scrittura sono soliti assumere massicce dosi di sostanze psicotrope).

Chi o che cosa è, secondo il tuo personale modo di vedere e la tua interpretazione, uno sceneggiatore?

Uhm, direi anzitutto una persona che ha qualcosa da raccontare. Ma allo stesso tempo, che abbia la determinazione di sbattersi abbastanza da renderlo un lavoro (che, come tale, ha inevitabilmente le sue parti non rosee), e anche quel tanto di ego sufficiente da farle pensare che ciò che ha da raccontare possa effettivamente interessare a qualcuno.

La motivazione principale per la quale fai il fumettista?

Perché ho quel tanto di ego sufficiente da pensare che ciò che ho da raccontare possa effettivamente interessare a qualcuno.

C’è un momento in particolare in cui hai capito che questa era la tua strada?

In realtà, e mi rendo conto che è una frase davvero stereotipata da dire, è una strada che ho sempre desiderato percorrere, ma del resto da piccoli è difficile avere un’idea lucida di quello che si vorrà effettivamente fare una volta cresciuti, e in effetti crescendo ho cercato altri lavori. Ma evidentemente le idee lucide non sono il mio forte.

Secondo te come si racconta una storia?

La risposta dipende da tantissimi fattori: se si tratta di una storia che si scrive per sé o se andrà disegnata da anni, se è per un’autoproduzione o per una casa editrice e, in caso, quale (giacché ognuna ha ovviamente i suoi paletti). Parlando in generale posso dire che una delle prime domande da porsi è se la storia in questione ha senso raccontarla. E immediatamente dopo, a chi è diretta.

Quanto di sé bisogna mettere in una storia?

Questo dipende molto dalla sensibilità dell’autore e da cosa vuole raccontare. Per quel che mi riguarda preferisco non raccontare mai nulla di autobiografico (non tanto per riservatezza, è proprio che non ho particolare interesse a raccontare di me), ma è ovvio che inserire qualcosa di sé in una storia non solo rende più facile scriverla, ma spesso è anche inevitabile.

Potresti dirci il libro, il fumetto ed il film che ti hanno maggiormente influenzato?

Il film è sicuramente Labyrinth, che magari non sarà un capolavoro imprescindibile del cinema mondiale, ma lo vidi a cinque anni e mi ha lasciato il gusto per quel tipo di immaginario fantastico ma di ambientazione contemporanea (e un certo sospetto per le calzamaglie aderenti). Riguardo ai fumetti, se dovessi scegliere un’opera nel suo insieme direi forse From Hell di Alan Moore e Eddie Campbell. Il mio modo di scrivere e disegnare è completamente diverso, ma si tratta di un fumetto che a ogni rilettura fa riflettere sul modo di raccontare per testi e immagini. Libro, Neuromante; è stato uno dei primi “non classici” che abbia letto, e all’epoca mi fulminò per il modo in cui è scritto e per la valanga di idee che ci sono dentro.

Cosa significa per te “creare qualcosa di innovativo”?

Forse mostrare qualcosa da un’angolazione dalla quale nessuno ha mai guardato prima.

Cosa è “Uno Studio in Rosso” e com’è farne parte?

Un luogo dove degli amici si riuniscono per cazzeggiare. E di conseguenza, dove i suddetti amici si rimbalzano idee  su idee per produrre contenuti, siano essi individuali o di gruppo. Farne parte aiuta fra le altre cose a non isolarsi troppo, dato che quello del fumettista è un lavoro che spesso porta a farlo.

Come è stato dovere (e poter) gestire Dylan Dog e Groucho?

Arduo e interessante. E’ ovviamente difficile misurarsi con personaggi che di fatto sono ormai parte della cultura popolare italiana. Dylan Dog ha caratteristiche molto forti, sia come personaggio che come fumetto seriale, quindi l’elemento più complesso da gestire è stato reinterpretarlo cercando però di non snaturare tali caratteristiche.  Anche se ammetto che quello che mi ha dato più problemi è Groucho, che funziona molto meglio quando è “parte” della storia anziché limitarsi a fare una comparsata, dire qualche battuta e uscire di scena.

Una domanda dalla community di Liberi di Leggere : Quali sono le fasi che hai attraversato da Harpun, uno dei primi webcomic di nuova generazione ad approdare su Facebook, passando per La Notte del Presepe Vivente fino ad arrivare al Color Fest? Come ed in quale modo un autore indipendente può arrivare alla Bonelli? Come hai vissuto questo percorso?

In realtà non ci sono state vere e proprie “fasi”: dopo Harpun ho continuato a lavorare nell’animazione, finché Davide La Rosa mi ha chiesto se mi interessava lavorare insieme a lui su una storia. Dato che, oltre a essere un amico, Davide è anche un ottimo sceneggiatore che stimo molto, non è che ci abbia dovuto pensare su! Quasi contemporaneamente Roberto Recchioni mi ha chiesto di sviluppare un soggetto per il Color Fest, un’occasione che ovviamente non mi ha dato adito a dilemmi o esitazioni (e fortunatamente i colori sono stati affidati a Luca Bertelè che ha valorizzato molto le mie tavole). Di conseguenza non ho avuto quasi tempo di pensare a come vivermela, mi sono messo a lavorare e basta.

Riguardo all’entrata in Bonelli, credo di essere l’ultimo a poter dare dritte in merito. In generale penso sia buona cosa produrre tanto, anzitutto per migliorare il proprio modo di fare fumetti, e poi perché più cose tue circolano (posto ovviamente che siano sufficientemente interessanti e soddisfino i criteri di una casa editrice così mastodontica), più aumentano le possibilità di essere notati.

Se potessi dare tre consigli ad un aspirante sceneggiatore, quali sarebbero?

Non sono sicuro di avere le credenziali per dare consigli ad alcunchì, ma quanto ho detto sopra a mio avviso resta valido indipendentemente se voglia o meno tentare di lavorare in Bonelli. Produrre tanto lo trovo indispensabile per evolversi, e il più delle volte la qualità deriva anche dalla quantità: penso sia più difficile migliorarsi se si passa troppo tempo su un singolo progetto, su una singola tavola o su un singolo scambio di battute.

A tal proposito, trovo sia necessario non fossilizzarsi su un’unica idea: a meno che tu non sia un genio (e ce ne sono di sicuro, eh, ma è sempre meglio lavorare pensando che tu nello specifico non faccia parte della categoria) è quasi impossibile che il primo progetto che ti viene in mente sarà un capolavoro. E anche il secondo. E il terzo. E così via. Non aver paura di buttare idee è un ottimo metodo per avere idee migliori.

Per finire, se si vuole fare il fumettista di lavoro è buona norma non dimenticare che tra i vari aspetti che ciò comporta c’è che questo è, appunto, un lavoro, e (anche) come tale va trattato. In altre parole, abbandonarsi con eccessivo trasporto al sacro fuoco dell’Arte, o alle lusinghe della propria Musa, o quello che è, ti farà probabilmente bucare le consegne, e a meno che tu non lavori in totale autoproduzione, avrai diversi collaboratori a cui dovrai poi dare spiegazioni spiacevoli.

Un caloroso ringraziamento a Federico che è stato simpaticissimo e disponibile. A presto per il prossimo appuntamento, sperando che questa rubrica possa interessare ed aiutare sia gli amanti del mondo del fumetto sia gli aspiranti sceneggiatori. Au revoir.

Focus sul nostro primo ospite :

Federico Rossi Edrighi nasce in provincia di Roma nel 1982. Dal 2006 lavora nel campo dell’animazione, occupandosi di storyboard per lungometraggi e serie tv per studi come Musicartoon e Rainbow CGI, collaborando con quest’ultima anche in qualità di assistente alla regia. Dal 2011 disegna per l’Editoriale Aurea alcuni numeri della quarta stagione di John Doe sceneggiati da Mauro Uzzeo e Roberto Recchioni. Dal 2011 pubblica on-line, con testi di Giovanni Masi, il webomic Harpun che viene stampato in edizione cartacea da GP Publishing nel 2012. Per il 2015 realizzerà un episodio per un Dylan Dog Color Fest e un volume per BAO Publishing, in entrambi i casi si occuperà di testi e disegni. Il suo cognome viene sbagliato sistematicamente dai più importanti siti di informazione del settore.

Salvatore Vivenzio