Come si diventa uno sceneggiatore, 3 | Daniele Fabbri

Ritorna “Come si diventa uno sceneggiatore” con il terzo ospite:  Daniele Fabbri, comico e sceneggiatore di Gesù, fumetto satirico disegnato da Stefano Antonucci e pubblicato da Shockdom.

Chi o che cosa è, secondo il tuo personale modo di vedere e la tua interpretazione, uno sceneggiatore?

È un essere mitologico metà bugiardo e metà studioso di comunicazione. Ho sempre sperimentato il racconto delle mie storie attraverso mezzi diversi (il teatro, i racconti, i fumetti, la radio, il video, ecc), e ho imparato quanto è potente l’influenza del mezzo di comunicazione sulla storia da raccontare. Ci sono alcune storie che vengono valorizzate se raccontate con alcuni mezzi piuttosto che con altri. Uno sceneggiatore è colui che possiede la cassetta degli strumenti, e a seconda del mezzo che usa costruisce la struttura giusta per la storia che sta raccontando.

La motivazione principale per la quale fai lo sceneggiatore?

Perché sono affascinato da quella cassetta degli strumenti di cui sopra: quando devo pensare all’aggettivo giusto, alla battuta perfetta, all’inquadratura ideale, sento scorrere la Forza, mentre per esempio non ho mai imparato a disegnare perché improvvisamente con una matita in mano divento un pigro mangiapatatine.

Qual è il compito principale di uno sceneggiatore?

Credo litigare col disegnatore! …no scherzo (cioè nel mio caso è vero! – no, non è vero… ) (–e invece sì–) Insomma, non credo di poter rispondere: io lavoro da 10 anni come scrittore in vari ambiti, per me e per altri, ma nel mondo del fumetto sono un simpatico novellino appena arrivato, finora ho sceneggiato solo una serie a fumetti autoprodotta con Ste, che da poco è stata ripubblicata in raccolta da Shockdom. Insomma, chiedetelo agli sceneggiatori veri!

Come si racconta una storia?

Si parte dall’avere un’idea forte, unica e tua, che vuoi comunicare al mondo; poi ripensi a tutta la montagna di cose lette e viste fin da quando sei bambino per capire se ti ricordi qualcosa che gli somiglia, poi lasci che il tuo cervello crei liberamente tantissime cose che non c’entrano niente, poi cerchi disperatamente di mettere insieme le parti, richiami alla mente tutte le regole di narrativa che conosci, ti chiedi chi te l’ha fatto fare, rileggi mille volte, ti senti un fallito, quindi fai leggere a qualcuno di fiducia guardandolo con occhi da cerbiatto, appena quello ti dice “mi piace” consegni il tutto al mondo, e aspetti la fama piangendo nell’angolo più buio della casa. Quando la schiena inizia a fare male, passeggiata all’aperto e ritorni una persona normale. Fino alla prossima storia.

Quanto di sè bisogna mettere in una storia?

Tutto ciò che vuoi, basta che tu sappia capire dove ti porterà: bisogna trovare il giusto equilibrio e non esiste una regola, poiché dentro ognuno di noi c’è un seme di universale, e dentro ogni nostra azione gesto o parola c’è qualcosa di condiviso con infiniti universi paralleli, è al contempo una ricerca continua e una scoperta imprevista, devi metterci il tuo cuore. Altrimenti, puoi sempre andare a culo.

Potresti dirci il libro, il fumetto ed il film che ti hanno maggiormente influenzato?

Porcavacca che difficoltà! Farò un torto incredibile a parecchia gente. Direi: Il vangelo secondo Biff di Christopher Moore, tutte le strisce di Sturmtruppen e Il senso della vita dei Monty Python.

Che rapporto hai con i tuoi personaggi?

A dire la verità buono ma molto formale, per molti autori i personaggi sono come dei figli, per me invece sono quasi dei colleghi. Non so perché, non è nemmeno una scelta, più che amarli li stimo.

Dove trovi le tue idee? Come cerchi l’ispirazione? Come fai a capire se un’idea è giusta o sbagliata, buona o da buttare?
Ho quel vizio un po’ antiquato di prendere appunti quando noto qualcosa, o quando penso a qualcosa, specie in situazioni in cui c’è della gente ma non la sto ascoltando davvero. Spesso, rileggendo gli appunti dopo tanto tempo neanche ricordo perché avevo notato certe cose. Però è come se mi ritrovassi una scatola piena di oggetti tutti molto curiosi da cui farmi ispirare, ho una bella pila alta di taccuini, blocchetti e fogli incolonnati; in più sono piuttosto nerd, infatti quando non ho carta e penna prendo lo smartphone, scrivo una mail telegrafica e la invio a me stesso, ad una casella email che ho aperto appositamente. Non cestino mai niente, ogni tanto apro e leggo. Se l’idea mi piace, è buona. Se poi non piace a chi la mostro, vuol dire che è ancora buona ma posso raccontarla meglio, e ci lavoro sopra.

Cosa significa per te “creare qualcosa di innovativo”?

È difficile il confine tra “innovativo” e “lontano”, secondo me. Se dovessi dirlo in poche parole, qualcosa di innovativo non è solo qualcosa che non hai mai incontrato, ma è qualcosa che appena lo incontri hai la sensazione di averlo sempre cercato, ed ha appena soddisfatto un bisogno che nessun altro riusciva a soddisfare. Non basta che sia “sconosciuto”, rischia di essere solo “lontano”.

Quanto è difficile in Italia rompere gli schemi? Proporre qualcosa di nuovo?
Penso sia difficile in tutto il mondo. Forse l’unica aggravante italiana è, parlando di grandi numeri ovviamente, una cultura molto ma molto generalista. È difficile proporre qualcosa all’avanguardia a delle persone le cui conoscenze sono ferme a quelle scolastiche, quando va bene.

Che cos’è secondo il tuo punto di vista la satira?

La satira è quella parte della comicità in cui chi la esercita esprime un suo punto di vista controverso e poco condiviso, non facendo richiamo a idee e sentimenti largamente popolari, ma anzi cercando i nervi più impopolari e antisociali per fargli il solletico, e portare gli astanti a ridere di qualcosa di sgradevole per stimolare il sentimento liberatorio di cui abbiamo bisogno.

E’ stato difficile proporre (e pubblicare) un fumetto satirico come Gesù nel panorama italiano?

Ricordo che dopo la nostra prima fiera di Lucca (in cui vendemmo 500 copie nella self area dove la media vendite era 40-50), siamo stati contattati da una importante casa editrice, nonostante si siano mostrati interessati e incoraggianti non se n’è fatto nulla, per i motivi che puoi sospettare. Le difficoltà ovviamente ci sono ma noi lo sapevamo già, per questo abbiamo sempre fatto da soli, lo abbiamo proposto solo al pubblico, che ha apprezzato sempre tanto, dati i numeri da piccola editoria andando da soli con gli scatoloni alle fiere; sono stati gli editori a proporsi a noi, compresa la Shockdom che non solo ha mostrato interesse ma ci ha proposto un progetto editoriale che ci è piaciuto molto, e che infatti abbiamo accettato.

Quanto è difficoltoso parlare di Religione in un paese conservatore e bigotto come l’Italia? Com’è avere a che fare con chi ti accusa di scrivere un fumetto blasfemo (cioè con i tipici cattolici integralisti, ottusi e retrogradi) ?

Non è difficoltoso se non ti preoccupano le reazioni delle persone. Io ho fatto pace con l’idea che un cattolico integralista non accetterà mai un confronto su certi temi, vorrà solo abbaiare e fare l’offeso. I credenti sereni fanno quello che farei io al loro posto, ci ignorano. Io non punto a scandalizzare loro, punto a divertirmi liberamente insieme a chi la pensa come me. Certo, il rischio di scontrarsi con qualche potere forte è sempre dietro l’angolo, ma se non sei pronto a fronteggiare queste difficoltà, è meglio che non fai satira, non fa per te.

Se potessi dare tre consigli ad un aspirante sceneggiatore, quali sarebbero?

Come sceneggiatore di fumetti forse non posso dire molto, ma come autore in generale direi: non passare mai troppo tempo senza conoscere almeno due autori nuovi, capire la differenza tra essere orgogliosi ed essere presuntuosi e, se siete fissati con la lingua italiana come me, guardate tanto materiale con una lingua che non capite assolutamente, per osservare tutto quello che c’è fuori dalle parole.

Un ringraziamento a Daniele per la disponibilità. La rubrica va in vacanza per il mese di Agosto ma tornerà più appassionante (e appassionata) di prima a Settembre, con nuovi autori importanti del fumetto italiano. Grazie a tutti per il supporto. Au revoir.

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