Satira : Salweenie by Mister Napalm. Consigliato ad un pubblico adulto, non bigotto e non impressionabile.

Cos’è è la satira? E’ l’arte di esprimere, di comunicare, attraverso appunto le arti classiche (narrativa, pittura ecc.) , spesso in modo giullaresco e grottesco, una posizione critica di una parte della politica o della società. E mi spiace rivelarlo a voi popolo di Facebook, a voi popolo assuefatto dai mass media, da Barbara D’Urso a Maria De Filippi, ma i giornalisti di Charlie Hebdo non hanno inventato proprio niente. A plasmare la satira fu un certo Aristofane, un geniale commediografo greco capace di prendere in giro ed evidenziare i difetti della politica del suo tempo e della società greca antica. E oggi che la satira (soprattutto nel nostro bel paese) è un po’ zoppa, consiglio proprio la lettura dell’opera omnia di Aristofane, concentrandosi sulla sua commedia universalmente riconosciuta come la migliore : I Cavalieri, la quale racconta di un un vecchio ricco chiamato Demos (popolo), plagiato e quasi schiavizzato da quello che dovrebbe essere il suo servo, Paflagone (metafora del popolo schiavizzato dal politico). Con il passare degli anni la satira si è evoluta, da Orazio a Voltaire, da M. Cervantes a Parini, da Alfieri a Bulgakov, la satira ha man mano preso piede nella letteratura conquistando anche il mondo dei fumetti. Da Robert Crumb fino ad Art Spiegelman, da Andrea Pazienza a Sergio Staino. Non cito il cinema poichè mi ritroverei a sconfinare in un preambolo infinito. Vi basti sapere che la satira, da sempre, serve per rimproverare e sottolineare gli atteggiamenti sbagliati, gli errori, i difetti di politica e società. La satira può essere tanto morbida quanto mordente, tanto velata quanto esplicita, tanto simpatica quanto cattiva. Io personalmente adoro la satira, sia nella narrativa che nella narrativa a fumetti, sia nel teatro che nel cinema. La adoro e ne sono un grande appassionato, proprio per questo ho deciso subito senza pensarci troppo di pubblicare, in accordo con l’autore, questa vignetta che ritrae il leader della Lega Nord, Matteo Salvini. La vignetta rappresenta la violenza del politico che si ritorce contro sè stesso, sodomizzato da coloro i quali lui vorrebbe sottomettere. E’ molto esplicita, quindi sconsigliata ad un pubblico di minori o impressionabile. Questa è satira, satira cattiva. Mister Napalm presenta Salweenie. Lo ringrazio per aver scelto questo spazio. E non scandalizzatevi, voi popolo di “Je Suis Charlie”, poichè i grandi giornalisti del giornale più chiacchierato degli ultimi tempi hanno disegnato di molto peggio (o molto meglio, a voi scegliere).

 

Salweenie by Mister Napalm.

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Expo 2015 : Uno sguardo dietro le apparenze.

Per l’Expo 2015 di Milano le Nazioni Unite hanno deciso di scegliere un tema che sta a cuore all’intero pianeta Terra : l’alimentazione. “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Questo è il motto sul quale è stato costruito l’Expo, ma alla base di questo evento abbiamo molto altro. Ingrediente numero uno : ipocrisia. Perché come possiamo vedere negli svariati servizi riguardo la Fiera di Milano, all’Expo viene buttato più cibo di quanto non se ne consumi. Ogni sera grossi camion vanno a ritirare quintali di cibo in sacchette per i rifiuti. Così nutriamo il pianeta, buttando cibo per il quale un bambino Nigeriano o Palestinese ucciderebbe. Allora sorge spontanea la domanda, quale parte del pianeta stiamo nutrendo? Non è forse sempre la stessa, quella di McDonald e Coca Cola, sponsor ufficiali dell’Expo, e di altre multinazionali che si arricchiscono e ingrassano alle spalle di poveri e malfamati? Non stiamo forse nutrendo chi uccide questo pianeta? Continua l’ostentazione del lusso, con pranzi da centinaia di euro, con personaggi illustri che si muovono accompagnati da escort e scorte. Ingrediente numero due : cemento. “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Suona bene, però perché per realizzare Expo sono stati utilizzati 110 ettari di terreni agricoli? Alcuni di questi sono stati espropriati da contadini, che su quei terreni lavoravano. Questo vi sembra il modo di nutrire il pianeta? Sapete quanto è grande l’Expo? Si tratta di 1,7 milioni di metri quadrati di cemento. Ingrediente numero tre : corruzione. Perché senza prenderci in giro, noi Italiani siamo i maestri delle mazzette, degli affari con la mafia, della corruzione in generale. Decine di arresti, sia a “destra” che a “sinistra”, tangenti da 40 mila euro, affari con la ‘ndrangheta . A tutti in Italia piace “mangiare” e così invece di nutrire il pianeta, nutriamo quei politicanti da quattro soldi che da venti anni ci mettono le mani in tasca senza ritegno. Ingrediente numero quattro : apparenza. Ovviamente deve apparire tutto fantastico, luminescente, giusto ed equo. Allora è nella norma che nazioni come la Thailandia, l’Angola ed il Vietnam posseggano strutture a tre piani, dotate di tecnologie e display da migliaia di euro mentre la loro gente, in patria, muore di fame. Ma all’Expo 2015 conta solo ciò che si vede e non ciò che c’è dietro, quindi siate felici e sorridenti. Spendete i vostri soldi, ballate e mangiate, senza pensare alla corruzione, alla mafia, ai contadini impoveriti, ai bambini che muoiono di fame, alle multinazionali a cui state regalando potere e ricchezze, poiché vi comunico una novità : non importa a nessuno! Stiamo ostentando il lusso, guardateci, siamo così belli con i nostri vestiti di merda placcati in oro. Non c’è nessun cancro che ci divora dall’interno e se anche ci fosse, voi non guardatelo! L’Expo idealmente è un concetto fantastico : un piccolo mondo in cui abbattere tutte le barriere di provenienza, nazione, razza, colore della pelle, esaltando allo stesso tempo la propria cultura. L’Expo, idealmente, è un sogno meraviglioso di pace, che sfocia però in qualcosa di riprovevole. Sicuramente visitare la Fiera farà riflettere, poiché in quanto luogo di contraddizioni non può fare a meno di essere luogo di riflessioni. Arriveremo lì e saremo accecati da lucine e colori, da tecnologia e cemento. E forse ci accorgeremo che stiamo dimenticando di poter vivere anche solo di aria, di acqua, di sole, di terra. Non siamo macchine, siamo uomini, e non troveremo mai la felicità all’interno di nessun calcolo, di nessun computer, di nessun padiglione di cemento. Potremo trovare la felicità solo all’interno della nostra umanità, a patto che non perdiamo l’umanità stessa prima di riuscire a scovare la felicità. Per questo il consiglio che posso darvi, quando andrete a visitare l’Expo 2015 è di non farvi ingannare, di non farvi distrarre. Proveranno a farci credere che è ciò che luccica, ciò che è colorato, ciò che si illumina, ad essere importante. Proveranno a convincerci che va tutto bene, che nulla di ciò che c’è dietro le quinte importa. Noi non dobbiamo credergli. Noi dobbiamo ricordarci che siamo fatti di carne ed ossa e non di codici, ferro e cemento.  La differenza tra un uomo ed una macchina è che una macchina si limita ad eseguire mentre l’uomo riflette sull’ordine che gli è stato dato. Noi dobbiamo riflettere. Anche se ci diranno di non guardare, noi guarderemo. Cercheremo di capire dove stiamo sbagliando, solo così potremo comprendere chi stiamo nutrendo e chi dovremmo nutrire. Dobbiamo ricordare a tutti quanto schifo c’è sotto quella vernice dorata. Vi diranno di non guardare ed invece voi guarderete e se non vi piacerà neanche un po’ ciò che state guardando allora complimenti, perché siete ancora umani.

Salvatore Vivenzio

Questo articolo è stato rimodellato su di un saggio breve riguardo l’Expo 2015. Potrete trovare la versione integrale (saggio breve) a questo indirizzo : https://cronachediunuomomorto.wordpress.com/2015/06/19/saggio-su-expo-2015-articolo-versione-integrale/ .

Saggio su Expo 2015 | Articolo versione integrale.

Expo 2015 : Ma gli androidi mangiano pecore elettriche?

L’essere umano, come infettato da una malattia, si è evoluto in modo distorto dopo i primi secoli di esistenza. Ovviamente non è giusto generalizzare, non scadrò in nessun qualunquismo : una parte della nostra razza ha conosciuto il lusso e lo ha amato. Quella stessa parte è stata conquistata dal materialismo, dall’estetismo, ha iniziato ad adorare qualunque cosa apparisse preziosa, delicata, luccicante. L’uomo ha amato il lusso e non lo ha più abbandonato, continuando a sviscerare la propria ammirazione ossessiva per le grandi opere, i magnifici gioielli, gli splendidi metalli. Rifiniture, intarsiature, colori sgargianti, pietre preziose, strutture gigantesche. Così l’uomo ama l’inutile e ne fa un vanto, così l’uomo ostenta il lusso e si crogiola nella ricchezza. Nell’Inghilterra industrializzata della metà del diciannovesimo secolo il Principe Alberto, marito della Regina Vittoria, pensò bene che anche i miliardari dovevano trovare una distrazione. Tralasciando per un attimo l’ironia, l’idea del Principe era sicuramente affascinante : una volta ogni cinque anni tutte le nazioni del mondo avrebbero esposto, in un gigantesco parco costruito appositamente, opere e prodotti tipici appartenenti alla propria cultura. Un’idea multiculturalista che avrebbe abbattuto ogni diversità pur di creare un microcosmo condivisibile da chiunque, nel quale mostrarsi come nazione e come popolo. Così abbiamo la Tour Eiffel, costruita per l’Esposizione Universale di Parigi del 1889, il progetto per la Statua della Libertà e tantissime altre belle e costose chincaglierie. Oggi però abbiamo problemi diversi, possediamo una coscienza più sviluppata, dovremmo essere grandi. Quindi per l’Expo 2015 di Milano le Nazioni Unite hanno deciso di scegliere un tema che sta a cuore all’intero pianeta Terra : l’alimentazione. “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Questo è il motto sul quale è stato costruito l’Expo, ma alla base di questo evento abbiamo molto altro. Ingrediente numero uno : ipocrisia. Sì, perché come possiamo vedere negli svariati servizi riguardo la Fiera di Milano dell’ultimo mese, all’Expo viene buttato più cibo di quanto non se ne consumi. Ogni sera grossi camion vanno a ritirare quintali di cibo in sacchette per i rifiuti. Così nutriamo il pianeta, buttando cibo per il quale un bambino Africano, Thailandese, Palestinese, ucciderebbe. Allora sorge spontanea la domanda, chi stiamo nutrendo? Quale parte del pianeta stiamo nutrendo? Non è forse sempre la stessa, quella di McDonald e Coca Cola, sponsor ufficiali dell’Expo? Non sarà quella di Nestle, Ferrero, Lindt e altre decine di multinazionali che si arricchiscono e ingrassano alle spalle dei poveri ragazzi costretti a lavorare come volontari all’Expo? Non stiamo forse nutrendo chi uccide questo pianeta? Chi impedisce a quella parte del pianeta che non ha cibo di nutrirsi e di avere una normale esistenza? Continua l’ostentazione del lusso, con pranzi da centinaia e centinaia di euro, con padiglioni affittati per aperitivi da migliaia di euro, con personaggi illustri che si muovono come aironi accompagnati da escort di lusso e scorte. Ingrediente numero due : cemento. Ripetiamo insieme lo spot di Expo 2015 : “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Suona bene, però perché per realizzare Expo sono stati utilizzati 110 ettari di terreni agricoli? Alcuni di questi sono stati espropriati da contadini, che su quei terreni lavoravano. Questo vi sembra il modo di nutrire il pianeta? Sapete quanto è grande l’Expo? Si tratta di 1,7 milioni di metri quadrati di cemento. Ma io non parlo solo di cemento inteso come materiale, cerco di andare un po’ oltre. Mi sembra che all’Expo ci sia stata anche una grossa colata di cemento dell’anima, considerando che il primo giorno era maggiore il numero delle forze militari impiegate per la vigilanza che quello dei visitatori (e quindi dei biglietti venduti). A me, questi dati, danno i brividi. All’Expo, almeno il primo giorno, c’era più paura che interesse. Ingrediente numero tre : corruzione. Perché senza prenderci in giro, noi Italiani siamo i maestri delle mazzette, degli affari con la mafia, della corruzione in generale. Decine di arresti, sia a “destra” che a “sinistra” (Gianstefano Frigerio a destra, Primo Greganti a sinistra, per dirne un paio) tangenti da 40 mila euro, affari con la ‘ndrangheta (condannato l’ex senatore di Forza Italia Grillo). A tutti, in Italia, piace rubare. A tutti piace mangiare e così invece di nutrire il pianeta, nutriamo quei politicanti da quattro soldi che da venti anni ci mettono le mani in tasca senza ritegno. Ingrediente numero quattro : apparenza. Ovviamente deve apparire tutto fantastico, tutto bello, tutto tranquillo, tutto giusto, tutto normale. Allora è nella norma che nazioni come la Thailandia, l’Angola ed il Vietnam possedessero strutture a tre piani, dotate di tecnologie e display da migliaia e migliaia di euro mentre la loro gente, in patria, muore di fame. Ma all’Expo 2015 conta solo ciò che si vede e non ciò che c’è dietro, quindi siate felici e sorridenti. Spendete i vostri soldi, ballate e mangiate, senza pensare alla corruzione, alla mafia, ai contadini impoveriti, ai bambini che muoiono di fame, alle multinazionali gestite dagli uomini peggiori di questa terra a cui state regalando potere e ricchezze, poiché vi comunico una novità : non importa! Non importa a nessuno! Stiamo ostentando il lusso, guardateci, siamo così belli con i nostri vestiti di merda placcati in oro. Stiamo tutti bene. Non c’è nessun cancro che ci divora dall’interno. E se anche ci fosse, voi non guardatelo! L’Expo idealmente è un concetto fantastico : un piccolo mondo in cui abbattere tutte le barriere di provenienza, nazione, razza, colore della pelle, esaltando allo stesso tempo la propria cultura. L’Expo, idealmente, è un sogno meraviglioso di pace e giustizia in cui si sta tutti uniti a prescindere da qualsiasi cosa, cancellando tutti gli “idola” di Baconiana memoria. L’Expo è allo stesso tempo come dovrebbe essere il mondo e come è in realtà : un sogno, però marcio. Un sogno che si trasforma in un incubo. Sicuramente visitare l’Expo 2015 vi farà riflettere, poiché in quanto luogo pieno zeppo di contraddizioni non può fare a meno di essere luogo di riflessioni. Quando vi ritroverete lì, magari dopo aver letto queste parole, chiedetevi che mondo stiamo lasciando ai nostri discendenti come avrebbe fatto Hans Jonas. Cosa stiamo costruendo? Cosa diavolo stiamo combinando? Accecati da lucine e colori, da tecnologia e cemento, stiamo dimenticando e soffocando la terra sotto i nostri piedi. Stiamo diventando schiavi, esseri sottomessi a noi stessi. Creature virtuali, dalla forma e dalla mente tecnologiche. Ci stiamo dimenticando di poter vivere solo di aria, di acqua, di sole, di terra, di piante. Stiamo andando troppo oltre, abbiamo perso l’equilibrio e rischiamo di cadere. Non siamo macchine, siamo uomini, e non troveremo mai la felicità all’interno di nessun calcolo, di nessun computer, di nessun padiglione di cemento. Potremo trovare la felicità solo all’interno della nostra umanità, a patto che non perdiamo l’umanità stessa prima di riuscire a scovare la felicità. Per questo il consiglio che posso darvi, quando andrete a visitare l’Expo 2015 è di non farvi ingannare. E’ di non farvi distrarre. Proveranno a farvi credere che è ciò che luccica, ciò che è colorato, ciò che si illumina, ad essere importante. Proveranno a convincervi che va tutto bene, che nulla di ciò che c’è dietro le quinte importa. Voi non credetegli. Voi ricordatevi che siete fatti di carne ed ossa e non di codici, ferro e cemento.  La differenza tra un uomo ed una macchina è che una macchina si limita ad eseguire mentre l’uomo riflette sull’ordine che gli è stato dato. Voi dovete pensare. Voi dovete riflettere. Anche se vi diranno che non importa, anche se vi diranno di non guardare. Voi guardate. Spingete il vostro sguardo più in là. Cercate di capire dove stiamo sbagliando, solo così potremo comprendere chi stiamo nutrendo e chi dovremmo nutrire. Dobbiamo ricordare a tutti quanto schifo c’è sotto quella vernice dorata, poi starà a loro scegliere da quale parte andare, quale parte aiutare. Vi diranno di non guardare ed invece voi guarderete e se non vi piacerà neanche un po’ ciò che state guardando allora complimenti, perché siete ancora umani.

Salvatore Vivenzio

Come si diventa uno sceneggiatore, 2 | Davide La Rosa

Il secondo ospite della rubrica è Davide La Rosa, un autore versatile che ha raccolto varie esperienze durante il suo percorso, dalla partecipazione come vignettista a Voyager fino alla sua serie Le Suore Ninja edita da StarComics. Un piacere raccontare il suo particolare punto di vista.

Ciao Davide, nella tua carriera hai rivestito più ruoli. Qual è la veste nella quale ti senti più a tuo agio?

Ciao a tutti. Preferisco esprimermi utilizzando il fumetto (è il linguaggio che conosco meglio). Non saprei se sono più vignettista o sceneggiatore. Io quando ho iniziato a fare fumetti volevo sceneggiare. Poi, per necessità, ho dovuto virare sulle vignette e le strisce disegnate male. Posso dirti che la cosa che amo di più fare, nel campo fumettistico, è quello di sceneggiare. Adoro scrivere storie.

Chi o che cosa è, secondo il tuo personale modo di vedere e la tua interpretazione, uno sceneggiatore?

Caspita, bella domanda. Uno sceneggiatore non si limita a scrivere una storia: la costruisce vignetta per vignetta, pagina per pagina, dialogo per dialogo. E’ un lavoro complicato (ok, il neurochirurgo fa un lavoro più complicato). Bisogna pensare a ogni vignetta come un unico ingranaggio che deve avere il suo peso all’interno della storia… in modo che giri e faccia girare gli altri ingranaggi senza incepparsi… in pratica uno sceneggiatore è una specie di orologiaio.

Bella interpretazione Emoticon smile In parte hai già risposto, ma forse puoi aggiungere qualcosa : Qual è il compito principale di uno sceneggiatore?

Fare in modo che la storia funzioni… facendosi capire bene dal disegnatore.

La motivazione principale per la quale fai lo sceneggiatore?

Perché non so disegnare e perché mi piace da morire.

Come nasce la passione per la sceneggiatura? In quale momento hai capito che questa era la tua strada?

Fin da piccolissimo disegnavo, sui quaderni a quadretti, storie a fumetti (tra l’altro li ho ritrovati da poco e mi sono reso conto che, come disegno, non sono migliorato per niente). La passione per la sceneggiatura è nata quando ho capito la potenza, e il potenziale, del “Linguaggio fumetto”. L’ho capito quando lessi il mio primo Dylan Dog… avevo 11 anni. Da lì ogni volta che pensavo a una storia me la immaginavo divisa in vignette. Poi un giorno del 2001 mi sono deciso a iscrivermi a un corso di fumetto con la speranza di far diventare un lavoro quella mia passione.

Come si racconta una storia?

Tutte domande da un milione di dollari (e io ho 6 Euro sul conto corrente). Ti risponderò in un modo che pare che io mi dia un tono. In qualunque modo tu decida di raccontare una storia è sufficiente che tu lo faccia amando la storia che stai raccontando.

Lo domande facili sarebbero state troppo…facili. Quanto di sè bisogna mettere in una storia?

Dipende da cosa stai raccontando. In alcuni casi è meglio non metterci niente.

Che rapporto hai con i tuoi personaggi?

Ci sentiamo ogni tanto al telefono.

Amichevole quindi?

Dipende, delle volte ci mandiamo al diavolo.

Come fidanzati insomma, o più come fratello e sorella?

Sono figlio unico quindi non so come fanno fratelli e sorelle. Diciamo che litighiamo come varie parti di un’unica psiche all’interno di uno pazzo.

Una bella immagine. Dove trovi le tue idee? Come cerchi l’ispirazione? Come fai a capire se un’idea è giusta o sbagliata, buona o da buttare?

In un libro di David Lynch lessi una bella definizione. Questa. Le idee sono come pesci in un lago… quelli che stanno in superficie sono facili da prendere ma sono piccoli. Bisogna avere la pazienza di ignorare quei pesci e pescare in acque profonde dove ci sono i pesci più grossi… le idee migliori. Le idee mi vengono, come tutti: quando non ci penso… tipo appena sveglio o in fila alle poste. Se un’idea mi appassiona so che è giusto scriverla. Non potrò mai sapere prima se una cosa sarà vincente o meno. Lo decide il pubblico.

Cosa significa per te “creare qualcosa di innovativo”?

Vuol dire riuscire a vedere con un’altra ottica cose già assodate da tempo… e trovare cose nuove da far diventare assodate.

Com’è passare dall’essere un fumettista indipendente a lavorare per importanti case editrici (Star Comics e SaldaPress, per citarne un paio)? Qual è il percorso da fare?

L’autoproduzione è un passo che dovrebbero fare tutti gli autori. Si riesce a sperimentare e a spaziare in tutti i settori che si vogliono. Ci si fa le ossa e, piano piano, si inizia a entrare nel mercato. Io ci ho messo 10 anni prima di pubblicare con veri editori. Lavorare per editori ti dà la possibilità di far vedere il tuo prodotto a molte più persone (loro hanno una distribuzione e una cura editoriale che un fumetto autoprodotto non può avere). Ma non solo. Ho potuto anche lavorare con professionisti (e amici) che ho sempre stimato e con cui sognavo da anni di lavorare (tipo Federico Rossi Edrighi con il quale ho realizzato “La notte del presepe vivente”). Poi c’è anche da dire che con te, in una casa editrice, lavorano  un sacco persone (editore, letterista, grafico, ecc). Stanno lavorando con te e per te. E’ un carico di responsabilità maggiore.

Quanto è difficile in Italia rompere gli schemi? Proporre qualcosa di nuovo?

Non lo so. Ci sono mote cose nuove e che rompono gli scemi in giro. Grazie a internet e a Facebook c’è un sacco di gente che sperimenta cose nuove… delle volte vengono notati e qualcuno li pubblica. Io stesso ho fatto una serie da edicola anticlericale. Non sono stato nè il primo nè l’unico. Ma siamo veramente in pochi… ma la Star Comics mi ha dato fiducia e me l’ha fatto fare senza censure. Questa cosa qualche anno fa era del tutto impensabile. Qualcosa, piano piano, si sta aprendo.

Com’è stato lavorare, da fumettista, in Rai?

Stancante (registravano per 10/14 ore ogni giorno per 10 giorni). Non sono fatto per lavorare in TV.

Come ti hanno trattato? Che peso veniva dato al tuo lavoro?

Mi hanno trattato benissimo. Il mio peso era praticamente nullo. Facevo una vignetta a fine puntata… ero il Vauro dei poverissimi.

E’ stato difficile proporre Suore Ninja ad un editore italiano?

No. Mi hanno contattato loro. Lessero “Zombie Gay in Vaticano” e mi chiesero di fare una serie partendo da lì. All’interno di quella autoproduzione c’erano quelle tre suore. Una task force che difende il Vaticano dai mostri. Creare un’idea per una serie partendo da quello è stato semplice. Non mi hanno mai censurato nulla.

Cosa è per te la satira? Com’è avere a che fare con gli integralisti cattolici, bigotti e retrogradi, che sicuramente ti perseguiteranno per le tue Suore?

La satira per me è fare ironia su taluni argomenti cercando di far vedere una cosa sotto un’altra angolazione. Un punto di vista che faccia capire più semplicemente cose complesse. Ricevo insulti spesso per le cose che scrivo. E ricevo anche mail di giornalisti della carta stampata che dicono di aver recensito “Suore ninja” ma di non poterlo pubblicare perché il loro direttore, super cattolico, non vuole che escano pezzi su fumetti “Blasfemi”.

Simpatici. Puoi parlarci del tuo nuovo progetto per SaldaPress?

Per Saldapress ho in cantiere una serie di libri scritti e disegnati (anzi: “Disegnati”) da me. Sono scrittori di fine settecento e ottocento che fanno cose che non c’entrano niente con il loro trascorso. Tipo “Ugo Foscolo indagatore dell’incubo” o “Parini naufrago dello spazio”… e altri. Saranno tutti libri collegati l’uno con l’altro. Trame intrecciate. Ugo Foscolo avrà una copertina disegnata a quattro mani da me insieme a Carmine di Giandomenico e colorata da Sara Spano.

Se potessi dare tre consigli ad un aspirante sceneggiatore, quali sarebbero?

Non so se io sia in grado di dare consigli ma direi:

1) Studiare tanto (leggendo tonnellate libri e fumetti e guardando un mucchio di film).

2) Scrivere come non ci fosse un domani (anche perché prima o poi un domani non ci sarà veramente).

3) Quando verrà la frustrazione, perché verrà, utilizzarla in maniera costruttiva. Quella “Rabbia” che brucia dentro va coadiuvata per scrivere cose nuove.

Un grande ringraziamento a Davide per la disponibilità. A presto per il prossimo appuntamento, sperando che questa rubrica possa interessare ed aiutare sia gli amanti del mondo del fumetto sia gli aspiranti sceneggiatori. Au revoir.

Focus sul nostro secondo ospite :

Davide La Rosa nasce a Como nel 1980. Nel 2001 segue un corso di fumetto presso la scuola “La nuova Eloisa” di Bologna e dal 2004 è cofondatore della rivista “Fumetti Disegnati Male”. L’anno successivo inizia a pubblicare storie a fumetti sul suo blog http://www.lario3.it, mentre dal 2006 al 2009 pubblica due libri con Casini Editore. Nel 2010 ha realizzato alcune strisce per la rivista del CICAP e, nello stesso anno, partecipa come vignettista alla trasmissione “Voyager” di Rai2. Dal 2011 a oggi ha pubblicato quattro libri per edizione NPE. Insieme a Vanessa Cardinali ha dato alla luce, nel 2011, la fortunata miniserie targata Star Comics dal titolo “Suore Ninja”, pubblicazione che tornerà con uno speciale nel 2015, quando inizierà la sua collaborazione anche con la SaldaPress.Vive a Laglio come il protagonista di questo libro. Ha 3 gatti e morirà il primo mercoledì utile.

Salvatore Vivenzio

Come si diventa uno sceneggiatore, 1 | Federico Rossi Edrighi

Questo è il primo appuntamento con “Come si diventa uno sceneggiatore”, un progetto che consiste in varie interviste a numerosi autori del fumetto italiano per comprendere cos’è e come si diventa un fumettista professionista.

Il primo ospite è Federico Rossi Edrighi, sceneggiatore e disegnatore. Autore di Harpun (insieme a Giovanni Masi), uno dei primi webcomic di nuova generazione, della graphic novel La Notte del Presepe Vivente (con Davide La Rosa) pubblicata dalla Star Comics e apparso con la storia “Il Vestito del Demone” sull’ultimo Dylan Dog Color Fest.

Allora, partiamo sottolineando che sei un autore completo (storia e disegni), quindi ti chiedo : oggi sei intervistato in veste di sceneggiatore, ma in quale ruolo ti senti più a tuo agio, in questo o in quello di disegnatore?

Dunque, forse è presto per dirlo perché ho ancora scritto troppo poco (i testi di Harpun sono di Giovanni Masi, e quelli de La Notte del Presepe Vivente di Davide La Rosa!), ma attualmente mi trovo meglio a scrivere che a disegnare. Giacché quello che mi è sempre piaciuto del fare fumetti è il raccontare, ho sempre dato priorità a quest’aspetto anche nell’ambito del disegno, e infatti prediligo la regia e la recitazione dei personaggi rispetto al lato più prettamente “artistico” della fase disegno. Di conseguenza, scrivere mi diverte di più e mi mette in condizione di “controllare” maggiormente la narrazione. Poi ripeto, forse è un giudizio prematuro, magari fra qualche anno darò una risposta completamente diversa alla stessa domanda.

Cosa ti piace fare di più, pensare o disegnare una storia? Ritieni più difficile la creazione della parte narrativa o di quella figurativa? Come si trova il giusto connubio tra le due?

Mi piace di più pensare alle storie, ma non saprei dire se trovo più difficile scrivere o disegnare. Entrambe le attività hanno i loro scogli, e in effetti quello che andrebbe sempre evitato se si vuole battere la strada dell’autore completo è il pensare “beh, il disegno l’ho padroneggiato, quindi la parte difficile è fatta. Ora devo solo scrivere”. Riguardo al disegno, per me la parte più difficile è quella “tecnica” (anatomie, prospettive…), mentre un aspetto che forse non è il più ostico ma uno su cui andrebbe prestata molta attenzione è cogliere il “mood” della storia e cercare di capire cosa lo sceneggiatore vuole raccontare e come, ed entrarci il più possibile in sinergia (questo ovviamente è un discorso che vale solo se si disegna storIe sceneggiate da altri, o se si è autori completi che in fase di scrittura sono soliti assumere massicce dosi di sostanze psicotrope).

Chi o che cosa è, secondo il tuo personale modo di vedere e la tua interpretazione, uno sceneggiatore?

Uhm, direi anzitutto una persona che ha qualcosa da raccontare. Ma allo stesso tempo, che abbia la determinazione di sbattersi abbastanza da renderlo un lavoro (che, come tale, ha inevitabilmente le sue parti non rosee), e anche quel tanto di ego sufficiente da farle pensare che ciò che ha da raccontare possa effettivamente interessare a qualcuno.

La motivazione principale per la quale fai il fumettista?

Perché ho quel tanto di ego sufficiente da pensare che ciò che ho da raccontare possa effettivamente interessare a qualcuno.

C’è un momento in particolare in cui hai capito che questa era la tua strada?

In realtà, e mi rendo conto che è una frase davvero stereotipata da dire, è una strada che ho sempre desiderato percorrere, ma del resto da piccoli è difficile avere un’idea lucida di quello che si vorrà effettivamente fare una volta cresciuti, e in effetti crescendo ho cercato altri lavori. Ma evidentemente le idee lucide non sono il mio forte.

Secondo te come si racconta una storia?

La risposta dipende da tantissimi fattori: se si tratta di una storia che si scrive per sé o se andrà disegnata da anni, se è per un’autoproduzione o per una casa editrice e, in caso, quale (giacché ognuna ha ovviamente i suoi paletti). Parlando in generale posso dire che una delle prime domande da porsi è se la storia in questione ha senso raccontarla. E immediatamente dopo, a chi è diretta.

Quanto di sé bisogna mettere in una storia?

Questo dipende molto dalla sensibilità dell’autore e da cosa vuole raccontare. Per quel che mi riguarda preferisco non raccontare mai nulla di autobiografico (non tanto per riservatezza, è proprio che non ho particolare interesse a raccontare di me), ma è ovvio che inserire qualcosa di sé in una storia non solo rende più facile scriverla, ma spesso è anche inevitabile.

Potresti dirci il libro, il fumetto ed il film che ti hanno maggiormente influenzato?

Il film è sicuramente Labyrinth, che magari non sarà un capolavoro imprescindibile del cinema mondiale, ma lo vidi a cinque anni e mi ha lasciato il gusto per quel tipo di immaginario fantastico ma di ambientazione contemporanea (e un certo sospetto per le calzamaglie aderenti). Riguardo ai fumetti, se dovessi scegliere un’opera nel suo insieme direi forse From Hell di Alan Moore e Eddie Campbell. Il mio modo di scrivere e disegnare è completamente diverso, ma si tratta di un fumetto che a ogni rilettura fa riflettere sul modo di raccontare per testi e immagini. Libro, Neuromante; è stato uno dei primi “non classici” che abbia letto, e all’epoca mi fulminò per il modo in cui è scritto e per la valanga di idee che ci sono dentro.

Cosa significa per te “creare qualcosa di innovativo”?

Forse mostrare qualcosa da un’angolazione dalla quale nessuno ha mai guardato prima.

Cosa è “Uno Studio in Rosso” e com’è farne parte?

Un luogo dove degli amici si riuniscono per cazzeggiare. E di conseguenza, dove i suddetti amici si rimbalzano idee  su idee per produrre contenuti, siano essi individuali o di gruppo. Farne parte aiuta fra le altre cose a non isolarsi troppo, dato che quello del fumettista è un lavoro che spesso porta a farlo.

Come è stato dovere (e poter) gestire Dylan Dog e Groucho?

Arduo e interessante. E’ ovviamente difficile misurarsi con personaggi che di fatto sono ormai parte della cultura popolare italiana. Dylan Dog ha caratteristiche molto forti, sia come personaggio che come fumetto seriale, quindi l’elemento più complesso da gestire è stato reinterpretarlo cercando però di non snaturare tali caratteristiche.  Anche se ammetto che quello che mi ha dato più problemi è Groucho, che funziona molto meglio quando è “parte” della storia anziché limitarsi a fare una comparsata, dire qualche battuta e uscire di scena.

Una domanda dalla community di Liberi di Leggere : Quali sono le fasi che hai attraversato da Harpun, uno dei primi webcomic di nuova generazione ad approdare su Facebook, passando per La Notte del Presepe Vivente fino ad arrivare al Color Fest? Come ed in quale modo un autore indipendente può arrivare alla Bonelli? Come hai vissuto questo percorso?

In realtà non ci sono state vere e proprie “fasi”: dopo Harpun ho continuato a lavorare nell’animazione, finché Davide La Rosa mi ha chiesto se mi interessava lavorare insieme a lui su una storia. Dato che, oltre a essere un amico, Davide è anche un ottimo sceneggiatore che stimo molto, non è che ci abbia dovuto pensare su! Quasi contemporaneamente Roberto Recchioni mi ha chiesto di sviluppare un soggetto per il Color Fest, un’occasione che ovviamente non mi ha dato adito a dilemmi o esitazioni (e fortunatamente i colori sono stati affidati a Luca Bertelè che ha valorizzato molto le mie tavole). Di conseguenza non ho avuto quasi tempo di pensare a come vivermela, mi sono messo a lavorare e basta.

Riguardo all’entrata in Bonelli, credo di essere l’ultimo a poter dare dritte in merito. In generale penso sia buona cosa produrre tanto, anzitutto per migliorare il proprio modo di fare fumetti, e poi perché più cose tue circolano (posto ovviamente che siano sufficientemente interessanti e soddisfino i criteri di una casa editrice così mastodontica), più aumentano le possibilità di essere notati.

Se potessi dare tre consigli ad un aspirante sceneggiatore, quali sarebbero?

Non sono sicuro di avere le credenziali per dare consigli ad alcunchì, ma quanto ho detto sopra a mio avviso resta valido indipendentemente se voglia o meno tentare di lavorare in Bonelli. Produrre tanto lo trovo indispensabile per evolversi, e il più delle volte la qualità deriva anche dalla quantità: penso sia più difficile migliorarsi se si passa troppo tempo su un singolo progetto, su una singola tavola o su un singolo scambio di battute.

A tal proposito, trovo sia necessario non fossilizzarsi su un’unica idea: a meno che tu non sia un genio (e ce ne sono di sicuro, eh, ma è sempre meglio lavorare pensando che tu nello specifico non faccia parte della categoria) è quasi impossibile che il primo progetto che ti viene in mente sarà un capolavoro. E anche il secondo. E il terzo. E così via. Non aver paura di buttare idee è un ottimo metodo per avere idee migliori.

Per finire, se si vuole fare il fumettista di lavoro è buona norma non dimenticare che tra i vari aspetti che ciò comporta c’è che questo è, appunto, un lavoro, e (anche) come tale va trattato. In altre parole, abbandonarsi con eccessivo trasporto al sacro fuoco dell’Arte, o alle lusinghe della propria Musa, o quello che è, ti farà probabilmente bucare le consegne, e a meno che tu non lavori in totale autoproduzione, avrai diversi collaboratori a cui dovrai poi dare spiegazioni spiacevoli.

Un caloroso ringraziamento a Federico che è stato simpaticissimo e disponibile. A presto per il prossimo appuntamento, sperando che questa rubrica possa interessare ed aiutare sia gli amanti del mondo del fumetto sia gli aspiranti sceneggiatori. Au revoir.

Focus sul nostro primo ospite :

Federico Rossi Edrighi nasce in provincia di Roma nel 1982. Dal 2006 lavora nel campo dell’animazione, occupandosi di storyboard per lungometraggi e serie tv per studi come Musicartoon e Rainbow CGI, collaborando con quest’ultima anche in qualità di assistente alla regia. Dal 2011 disegna per l’Editoriale Aurea alcuni numeri della quarta stagione di John Doe sceneggiati da Mauro Uzzeo e Roberto Recchioni. Dal 2011 pubblica on-line, con testi di Giovanni Masi, il webomic Harpun che viene stampato in edizione cartacea da GP Publishing nel 2012. Per il 2015 realizzerà un episodio per un Dylan Dog Color Fest e un volume per BAO Publishing, in entrambi i casi si occuperà di testi e disegni. Il suo cognome viene sbagliato sistematicamente dai più importanti siti di informazione del settore.

Salvatore Vivenzio